Se chiudete gli occhi e pensate alla musica tradizionale italiana, probabilmente vi vengono in mente i mandolini napoletani o magari qualche stornello romano. Ma c'è qualcosa di profondamente diverso che accade nei vicoli di Genova e nelle osterie della Liguria. Si chiama tralalero. Non è solo musica. È un'architettura di voci umane che sfida le leggi della fisica acustica senza usare uno straccio di strumento musicale.
Onestamente, definirlo "folclore" è quasi riduttivo. È una roba viscerale. Immaginate cinque uomini disposti in cerchio. Non ci sono spartiti. Non c'è un direttore d'orchestra con la bacchetta. C'è solo un cenno d'intesa e poi, boom, parte un muro di suono che vi vibra nello sterno.
L'anomalia genovese tra i caruggi
Il tralalero è un'anomalia. Mentre nel resto d'Italia la polifonia popolare si è spesso persa o annacquata, a Genova è rimasta granitica. Le sue origini sono avvolte in quella nebbia tipica delle tradizioni orali, ma sappiamo che è il risultato di un incrocio pazzesco tra le polifonie dell'entroterra e i canti dei marinai che arrivavano in porto.
Alcuni studiosi, come il compianto Alan Lomax che girò l'Italia negli anni '50 per registrare queste perle, rimasero folgorati. Lomax descrisse il tralalero come una delle forme polifoniche più complesse e affascinanti dell'intero bacino del Mediterraneo. Aveva ragione. Non è il solito coretto da chiesa. È un incastro millimetrico di ruoli vocali che sembra quasi un sintetizzatore umano.
Come funziona davvero il cerchio delle voci
Qui viene il bello. La struttura del tralalero è fissa, quasi sacra. Se provate a cambiare gli elementi, il castello crolla.
C'è il Primo, ovvero il tenore. È lui che dà il via, che imposta la melodia e decide "il tiro" del pezzo. Poi entra il Basso, che non fa solo le note gravi, ma crea il tappeto ritmico, quasi come se fosse un contrabbasso vivente. Ma la vera magia, quella che fa sgranare gli occhi a chi ascolta per la prima volta, arriva con il Contralto.
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Spesso lo chiamano "la chitarra". Perché? Perché questo cantante usa una tecnica particolare, un po' nasale, che imita perfettamente il suono di una corda pizzicata. Se vi mettete di spalle, giuro che fate fatica a capire che è un uomo a cantare e non uno strumento a corde. Infine ci sono i Tenori (o "corde") che riempiono l'armonia.
Non usano microfoni. Non ne hanno bisogno. Cantano a volume altissimo, faccia a faccia. È una sfida di resistenza e precisione. Se uno stecca, lo sentono tutti. Se uno cala di tono, trascina giù l'intero cerchio.
Perché si chiama così?
Il nome sembra una sciocchezza, no? Tralalero tralala. Sembra una filastrocca per bambini. In realtà, il termine deriva dalle sillabe senza senso che vengono usate durante i virtuosismi vocali. Quando la melodia si libera dalle parole del testo (che spesso parlano di amori difficili, vita di mare o bevute tra amici), i cantori iniziano a intrecciare queste sillabe. "Tra-la-la-lero...". Diventa puro suono. Astrattismo vocale.
È un linguaggio in codice che serviva a riempire i momenti di festa nelle "squadre" di canto. Una volta ogni quartiere di Genova aveva la sua squadra. C'erano i portuali, i calafati, i manovali. Ognuno con il suo stile, ognuno convinto di essere il migliore.
La crisi e la rinascita (non è roba per vecchi)
C'è stato un momento, diciamo tra gli anni '70 e '90, in cui il tralalero ha rischiato grosso. Le vecchie osterie chiudevano, i giovani volevano il rock o la disco e cantare in cerchio sembrava una roba da nonni con il bicchiere di vino rosso sempre in mano.
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Per fortuna, non è andata così.
Oggi c'è un manipolo di appassionati e nuove formazioni (come i Canterini Genovesi o gruppi più sperimentali) che stanno portando questa tradizione fuori dalle cantine. Lo portano nei festival internazionali di world music. Perché? Perché fuori dall'Italia la gente impazzisce per questa roba. Vedere degli uomini in abiti civili che creano un'armonia così complessa senza alcun supporto tecnologico è uno shock culturale.
Cosa ascoltare per capire il tralalero
Se volete capirci qualcosa di più, non cercate le versioni "pulite" registrate negli studi moderni con troppo riverbero. Cercate le registrazioni sul campo. Cercate i dischi della Squadra di Canto Popolare Genovese.
Ascoltate pezzi come "La partenza" o "Siam venuti a farvi il maggio". Noterete che il ritmo non è mai statico. C'è un'elasticità che i musicisti chiamano rubato. Accelerano, rallentano, respirano insieme. È un organismo unico.
Un dettaglio che molti ignorano: il tralalero è quasi esclusivamente maschile. Non per sessismo becero, ma perché la struttura delle frequenze è pensata per incastrare voci maschili che coprono registri diversi, dal basso profondo al falsetto del contralto. Esistono esperimenti femminili, certo, ma il "suono" originale richiede quella specifica pasta sonora che solo quel mix d'età e di corde vocali può dare.
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Il mito dell'osteria
Non possiamo parlare di tralalero senza parlare del vino. Non è un cliché, è logistica. Il canto richiede che le corde vocali siano "lubrificate", ma soprattutto richiede un ambiente sociale rilassato. L'osteria è il tempio del tralalero.
Non si canta sul palco davanti a un pubblico silenzioso. Si canta tra i tavoli, tra il rumore dei piatti e l'odore dello stoccafisso. Il pubblico è parte integrante, incita i cantori, offre da bere a chi ha appena finito un assolo particolarmente difficile. È un rito collettivo. Se lo porti in un teatro asettico, perde metà della sua potenza.
Come approcciarsi a questo mondo oggi
Se vi trovate a Genova, non cercate il tralalero nei circuiti turistici classici. Non lo troverete tra i souvenir di via Garibaldi. Dovete andare nei posti giusti, magari a Pontedecimo o nei vicoli meno battuti del centro storico, dove resistono ancora le sedi delle storiche squadre di canto.
Spesso le prove sono aperte. Se entrate con rispetto e state in silenzio mentre cantano, vi accoglieranno come fratelli. È una cultura dell'accoglienza che passa attraverso la fatica del canto.
Il tralalero è la dimostrazione che non serve l'autotune per emozionare. Serve orecchio, serve cuore e servono dei polmoni d'acciaio. È la prova che la voce umana è lo strumento più incredibile che abbiamo a disposizione, capace di creare mondi interi partendo da un semplice "tralala".
Passaggi pratici per approfondire la cultura del tralalero:
- Cercate l'Archivio Vi.Vo. (Voci Vive): È un progetto incredibile che raccoglie registrazioni storiche e filmati originali. È la base di partenza per chi vuole studiare seriamente la tecnica.
- Frequentate il Festival "Genova e il Trallalero": Si tiene solitamente in autunno ed è il momento migliore per vedere le squadre migliori sfidarsi e collaborare.
- Analizzate la tecnica del "Contralto": Se siete musicisti, provate a isolare la voce del contralto in una registrazione. È un esercizio di ear-training pazzesco. Noterete come non usi parole ma solo fonemi per creare l'illusione della chitarra.
- Visitate una "Sede": Contattate l'Associazione Gruppi Trallalero. Spesso organizzano seminari per chi vuole imparare le basi della polifonia genovese. Non è facile, ma ne vale la pena per capire cosa significa davvero "fare cerchio".
Il tralalero non è un reperto da museo. È una cosa viva, che suda e che grida. E finché ci sarà qualcuno pronto a mettersi in cerchio in un'osteria di Genova, questa incredibile architettura sonora continuerà a sfidare il tempo.