Il Mago di Oz: Perché la versione che conosciamo è quasi tutta sbagliata

Il Mago di Oz: Perché la versione che conosciamo è quasi tutta sbagliata

Tutti pensano di conoscere la storia. Una ragazzina, un tornado, un paio di scarpette rosse e una strada di mattoni gialli. Ma se ti dicessi che le scarpe non erano affatto rosse? O che il film del 1939, quello con Judy Garland che tutti abbiamo visto mille volte, ha quasi cancellato il vero significato politico e sociale che L. Frank Baum aveva dato al suo Il Mago di Oz?

È strano.

C'è un divario enorme tra il libro originale del 1900, The Wonderful Wizard of Oz, e l'immaginario collettivo creato dalla MGM. Baum non voleva solo scrivere una favoletta per bambini. Era un uomo che aveva fallito in mille mestieri—dal venditore di grasso per assi di carro all'allevatore di polli—e la sua opera rifletteva le ansie di un'America che stava cambiando pelle.

Se scavi un po' oltre l'arcobaleno, trovi una storia molto più complessa, a tratti inquietante, e decisamente meno "luccicante" di quella di Hollywood.

Le scarpe d'argento e il segreto del populismo

Partiamo dal dettaglio che cambia tutto. Nel libro, Dorothy indossa scarpette d'argento. Non rosse. Il rosso è stato scelto per il film solo perché il Technicolor era la nuova grande novità tecnologica del 1939 e il rubino risaltava meglio sul giallo della strada rispetto all'argento.

Potrebbe sembrare un dettaglio estetico. Non lo è.

Molti storici dell'economia, a partire da Hugh Rockoff e prima ancora Henry Littlefield negli anni '60, sostengono che Il Mago di Oz sia un'allegoria del dibattito sul bimetallismo. Dorothy (l'innocenza americana) cammina su una strada d'oro (il Gold Standard) indossando scarpe d'argento (il Silver Standard). La tesi è che l'unione dei due metalli avrebbe salvato l'economia dei contadini dell'Ovest, schiacciati dai debiti con le banche dell'Est.

I personaggi non sono scelti a caso. Lo Spaventapasseri rappresenta i contadini del Kansas, spesso derisi come ignoranti ma dotati di un buonsenso incredibile. L'Uomo di Latta è l'operaio industrializzato, ridotto a una macchina senza cuore dalla catena di montaggio. Il Leone Codardo? Forse William Jennings Bryan, il politico populista che ruggiva molto ma non riusciva mai a vincere le elezioni.

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È un'interpretazione affascinante. Baum ha sempre negato, dicendo che voleva solo "compiacere i bambini". Ma basta guardare la sua storia personale in Sud Dakota per capire che non poteva essere del tutto ignaro del caos sociale che lo circondava.

Un set maledetto e il costo umano della magia

Dimentica per un attimo la favola. La produzione del film del 1939 è stata un incubo logistico e umano che oggi farebbe chiudere qualsiasi studio cinematografico in cinque minuti.

Margaret Hamilton, l'attrice che interpretava la Strega Cattiva dell'Ovest, subì ustioni di secondo e terzo grado durante una scena di sparizione col fumo. La vernice di rame sul suo viso prese letteralmente fuoco. Dovette stare a riposo per settimane, e quando tornò, si rifiutò categoricamente di fare altre scene con gli effetti pirotecnici.

E Buddy Ebsen? Lui doveva essere l'Uomo di Latta originale.

Dopo dieci giorni di riprese, i suoi polmoni cedettero. La polvere di alluminio usata per il trucco era tossica e lui finì sotto una tenda a ossigeno in ospedale, incapace di respirare. Fu sostituito da Jack Haley, a cui però non dissero mai perché Ebsen se n'era andato. Per Haley usarono una pasta di alluminio, un po' meno letale ma comunque terribile per la pelle.

Judy Garland, all'epoca solo un'adolescente, veniva nutrita a pillole per dormire e pillole per stare sveglia, una pratica comune nella vecchia Hollywood che le rovinò la vita. Le stringevano il petto con delle fasce per farla sembrare più piccola, più simile a una bambina di dodici anni. Era una macchina da soldi, non una persona.

Il Mago non è un cattivo, è un imbroglione stanco

Una delle cose che più colpiscono rileggendo oggi Il Mago di Oz è la figura del Mago stesso. Non è un demone. Non è un supervillain. È solo un uomo qualunque di Omaha che è finito lì per caso con una mongolfiera.

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È la personificazione del "fake it till you make it".

Il Mago governa attraverso la percezione. Costringe tutti nella Città di Smeraldo a indossare occhiali con le lenti verdi, così tutto sembra prezioso e scintillante anche se è solo vetro comune. È una critica feroce alla leadership politica basata sull'apparenza. Quando Dorothy e i suoi amici scoprono che dietro la tenda c'è solo un vecchietto che manovra leve, il mito crolla.

Eppure, c'è un risvolto psicologico interessante. Il Mago non dà allo Spaventapasseri un cervello o al Leone il coraggio. Dà loro dei simboli: un diploma, una medaglia. Dice loro, fondamentalmente, che avevano già quello che cercavano, avevano solo bisogno di una legittimazione esterna per crederci.

È un mentore cinico ma, a modo suo, efficace.

Le differenze brutali che il film ha cancellato

Se leggi il libro di Baum, noterai che è molto più violento del film. Molto di più.

L'Uomo di Latta, nel libro, usa la sua ascia per decapitare un gatto selvatico che insegue un topo. E la sua stessa origine è roba da film horror: era un uomo di carne che, vittima di un incantesimo della Strega Cattiva, continuava a tagliarsi pezzi di corpo mentre lavorava nel bosco. Ogni volta che perdeva un arto, lo sostituiva con una parte in latta, finché non rimase più nulla di umano.

C'è anche la questione del Popolo di Porcellana. Una parte del viaggio di Dorothy che nel film non esiste affatto. È un intero capitolo dedicato a creature fragili che hanno paura di muoversi perché potrebbero rompersi per sempre. È una metafora della fragilità umana che il cinema ha ritenuto troppo lenta o strana per il grande pubblico.

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E il finale? Nel film è "era tutto un sogno".
Nel libro no. Oz è un posto vero. Dorothy ci torna più volte nei quattordici libri successivi scritti da Baum. Alla fine, si trasferisce definitivamente a Oz con lo zio Henry e la zia Em perché la vita in Kansas era troppo dura.

Perché Oz continua a ossessionarci nel 2026?

Perché è la storia definitiva del ritorno a casa. Ma non una casa fisica.

"Nessun posto è come casa" è una frase che abbiamo interiorizzato, ma la verità è che Dorothy passa tutto il tempo a cercare di scappare da un grigio Kansas per poi voler tornare indietro non appena le cose si fanno difficili. È l'eterna insoddisfazione umana.

Oggi, tra remake, serie TV ispirate al mondo di Oz e il successo globale del musical Wicked, capiamo che la forza di questo racconto non sta nella magia, ma nel dubbio.

  • L'identità: Chi sono io senza i miei difetti?
  • Il potere: Chi comanda davvero dietro le quinte?
  • La realtà: Quello che vedo è vero o porto solo degli occhiali verdi?

Cosa fare se vuoi riscoprire il vero Oz

Se vuoi davvero approfondire Il Mago di Oz senza filtri hollywoodiani, ci sono alcuni passi specifici che puoi fare per cambiare prospettiva.

Per prima cosa, recupera una copia del testo originale di L. Frank Baum. Leggilo cercando di ignorare la voce di Judy Garland. Noterai subito quanto la narrazione sia più asciutta e quasi "moderna" nel suo surrealismo.

Cerca le illustrazioni originali di W.W. Denslow. Sono fondamentali per capire come Baum immaginava i suoi personaggi: meno cartooneschi e più simili a figure di un mazzo di tarocchi bizzarro.

Infine, guarda il film del 1985 prodotto dalla Disney, Return to Oz (in Italia Nel fantastico mondo di Oz). È considerato da molti fan il più fedele ai libri. È cupo, a tratti terrorizzante (le teste della Principessa Mombi e i "Ruotanti" sono materiale da incubo), ma cattura perfettamente quell'atmosfera di meraviglia pericolosa che il film del '39 aveva addolcito per le famiglie.

Oz non è un paradiso per bambini. È uno specchio deformante dell'America, del capitalismo e della ricerca della propria autostima. E proprio per questo, non smetterà mai di essere rilevante.